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Ricordando Diego ...
di Filippo SANTUCCI de MAGISTRIS

Tutti hanno ricordato, in attesa di Argentina-Inghilterra, quella mano di Dio. Pochi sembrano ricordare il piede divino, che tanto manca a questi Mondiali affollati di comparse e campioni un po' spompati. Il calcio dimentica, può dimenticare perfino Maradona. C'è poco da meravigliarsi. Specchio della vita come somma di passioni sublimi e infimi calcoli, il calcio ha una memoria faziosamente selettiva. La contabilità dei rigori negati viene mantenuta, pignolescamente, in eterno; quella dei rigori regalati si cancella in fretta. Appena cinque giorni fa la moviola ha mostrato che il gol di Klinsmann all'Iran era un abile colpo di braccio. Nessuno ci ha fatto caso, mentre 12 anni dopo ancora si perpetua in negativo l'epopea del lontano fallo di Diego. Il fatto è che il calcio, proprio come la vita, si nutre di miti e di pregiudizi. Maradona non ha mai fatto nulla per essere simpatico. A volte selvaggio e spesso arrogante, smodato, sregolato, alla fine anche drogato. Un giornalista gli affibbiò 3 e mezzo dopo una partita stralunata, al ritorno da uno dei suoi viaggi fuori ordinanza. Il nuovo idolo, Ronaldo, prende 7 e mezzo sempre, anche quando non tocca palla per un tempo o segna a difese aperte e disarmate. Perché è un eccezionale attaccante, certo, ma anche perché ha la faccia del bravo ragazzo e annusa soltanto mazzi di margherite. Difficile perdonare a Maradona o, semplicemente, concedergli indulgenza. Il suo figlio illegittimo è stato strombazzato infinitamente più di quello del «rey» Pelé. Gli errori dovrebbero essere uguali per tutti; però Pelé è diventato ministro e Maradona un malato dall'incerto recupero. Così va la vita, così va il calcio. Ma non è giusto, se si guarda allo spettacolo, alla classe, alla tecnica, che sono poi le cose che contano in uno stadio. Diciamo la verità. La giocata più bella vista nelle ultime settimane in tv è la travolgente azione dei brasiliani che si sbizzarriscono per spot all'aeroporto. In campo tanti passaggi indietro e tanti falli da dietro, centrocampisti-robot e artisti dalla pennellata stanca. Tiziano morì a 90 anni e Picasso a 92. Oggi sembra che anche i virtuosi del calcio debbano finire decrepiti. Talenti ne nascono pochi e, se nascono, vengono probabilmente repressi. Sull'erba francese sono tornati ad aggirarsi Hagi e Valderrama, tentando di sostituire l'estro della capigliatura a quello che esce solo a sprazzi dai piedi. I capelli canarino e le treccine ad alveare purtroppo non bastano. Continuiamo ad applaudire grandi gesti atletici: i salti in alto di Bierhoff, gli scatti da centometrista di Vieri. Latita la fantasia, scarseggia la danza. Estasi e magia: assenti. Ecco perché la folgorante serpentina contro l'Inghilterra '86, il gol che Diego inventò dopo aver seminato la squadra avversaria, non può essere dimenticato. Un nostalgico espone a ogni partita dell'Argentina lo stesso striscione: «I Mondiali senza Maradona sono come una festa da ballo senza ragazze». Ha ragione. Diego ci manca, ci mancano persino la sua mano truffaldina e gli occhi spiritati con i quali, quattro anni fa, voltò le spalle al calcio.

****Napoli o mite shine**************

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Dr. Filippo Santucci de Magistris
-The University of Tokyo - Institute of Industrial Science
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