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INFOLINE ALE'
" Quella bomba a Ferlaino"

Quella volta, 18 anni fa. La mano della camorra nella bomba dell'82
ROBERTO GIANFREDA
Nel 1982 tutte le corse di Ferlaino sembrano giunte al capolinea. Un aereo sorvola il «San Paolo» prima di Napoli-Roma con lo striscione: «Ferlaino vattene, Juliano torna». Due giorni dopo, allarme al Centro Paradiso per una telefonata anonima: «C'è una bomba in sede». Dieci giorni dopo, una bomba di modesto potenziale esplode di notte davanti alla casa di Ferlaino in via Crispi, un'altra davanti alla Curva sud del «San Paolo»: un muro squarciato
e dieci biglietterie inagibili.
È il caos, insomma. La squadra, allora affidata ancora a Massimo Giacomini, è nel caos. L'ennesima batosta casalinga, 3-1 contro la Roma, di domenica 10 ottobre e l'eliminazione dalla Coppa Uefa contro i tedeschi del
Kaiserslautern, precipitano gli azzurri nei bassifondi della classifica. I teppisti che si annidano nella frange più estremiste del tifo considerano il vero responsabile del debacle azzurra l'«ingegnere».
Giorni tremendi, quelli che seguono la sconfitta interna contro l'undici di Nils Liedholm. Ferlaino non si è ancora trasferito in via Tasso. Vive ancora in un condiminio di via Crispi. Nella notte tra lunedì 11 e martedì 12 ottobre, davanti al cancello in cui vive con la sua famiglia, viene fatta esplodere una bomba-carta. La detonazione è forte. Si teme che l'esplosione possa persino aver fatto vittime. Ad essere danneggiato invece è soltanto il cancello del condominio di via Crispi. Vanno in frantumi le vetrate. I frammenti dell'ordigno non sfiorano neppure l'attico di Corrado Ferlaino, quella sera a cena con due giornalisti. È però un segnale evidente di una tensione sfociata già nei gravissimi incidenti di domenica 10 ottobre, quando gli azzurri guidati da Giacomini - che verrà poi sostituito dal
«Petisso» Bruno Pesaola - perdono non soltanto la partita ma anche la faccia. Al 3-1 siglato da Odoacre Chierico, il S. Paolo diventa un campo di battaglia. La polizia è costretta a sparare condelotti lacrimogeni. Restano contusi un carabiniere e due agenti. Minacce via telefono anche a Luigi Necco, in quegli anni giornalista Rai.
L'attentato di via Crispi segna il punto più alto della tensione tra il «tifo deviato» e Corrado Ferlaino. È la prima volta che i teppisti che si nascondono dietro le fila e le sigle del tifo organizzato alzano il tiro in maniera così clamorosa contro il presidente di una squadra di calcio. Trenta giorni dopo, il 29 novembre, in casa Ferlaino torna l'incubo-bomba. Due telefonate anonime, a distanza di sole poche ore, segnalano la presenza di un ordigno. Scatta l'allarme. L'attico di Corrado Ferlaino viene perquisito da funzionari e agenti della Scientifica. Della bomba, però, nessuna traccia.
Resta forte comunque il timore che gli attentati «targati» dalle frange più integraliste del tifo azzurro dell'inizio degli anni Ottanta siano soltanto una copertura autorizzata dalla criminalità organizzata. Il movente potrebbe anche non essere sportivo. È proprio Ferlaino ad accusare direttamente la criminalità organizzata di utilizzare come copertura, raggiungere i suoi fini, le «frange deviate» del tifo azzurro.
Ingegnere croce e delizia dei supporters della squadra del cuore. Ora come allora l'ingegnere finisce nel mirino delle contestazioni delle frange più integraliste e violente del tifo azzurro. Legato ai due scudetti e alla Coppa Uefa vinti nell'era d'oro di Maradona.

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